CODA DI LUPO - Fabrizio De Andrè, 1978
"Coda di lupo" è un brano inserito nell'album "Rimini" del 1978, composto da Fabrizio De André con la collaborazione di Massimo Bubola, che costituisce una profonda e disperata analisi politica del fallimento della rivolta sessantottina e delle speranze dei gruppi autonomisti denominati indiani metropolitani.
Usando la metafora di un ragazzo pellerossa iniziato alla vita adulta e alle difficoltà della vita, Fabrizio De Andrè riesce a descrivere poeticamente la generazione giovanile contestataria degli anni settanta, durante i cosiddetti anni di piombo.
Sì posso o individuare quattro temi principali incarnati dal protagonista, la solitudine e l'emarginazione di chi viene escluso dalla società per i suoi comportamenti e pensieri non allineati; la natura e l'istinto primordiale di cui è una figura simbolo in contrapposizione alla vita artificiale e convenzionale della maggior parte dei suoi simili; l'aperta critica verso la società moderna che troppo spesso giudica e discrimina chi non si conforma al pensiero dominante, sottolineandone l'autenticità e bellezza insita nella diversità; per finire con la simbologia di un amore perduto o impossibile e il dolore provocato dalla sua l'assenza.
Lo stile ed il linguaggio ricalca gli stilemi più cari all'indimenticabile cantautore, ricchi di immagini e metafore, rese tangibili all'ascoltatore da profonde immagini poetiche e fantasiose.
La musica accompagna il testo mediante sonorità folk riconducibili alla miglior tradizione popolare, creando un'atmosfera intensa e nostalgica.
Una presa di coscienza incarnata dal protagonista che esprime la contrarietà verso i valori della borghesia industriale (dio degli inglesi), il lavoro che arricchisce solo chi ricco lo è già (dio "fatti il culo"), la paura delle istituzioni (il loro dio perdente) verso la ribellione dei giovani , la fine degli ultimi partigiani divorati dalla società (il loro dio goloso), la fine della contestazione studentesca espressa dalla repressione e dal numero chiuso agli atenei (mancanza di un dio a lieto fine), le poche e fragili illusioni rimaste ai superstiti extraparlamentari (dio senza fiato).
Testo
Quando ero piccolo m'innamoravo di tutto
Correvo dietro ai cani
E da marzo a febbraio mio nonno vegliava
Sulla corrente di cavalli e di buoi
Sui fatti miei, sui fatti tuoi
E al Dio degli inglesi non credere mai
E quando avevo duecento lune e forse qualcuna è di troppo
Rubai il primo cavallo e mi fecero uomo
Cambiai il mio nome in "coda di lupo"
Cambiai il mio pony con un cavallo muto
E al loro Dio perdente non credere mai
E fu nella notte della lunga stella con la coda
Che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa
Crocifisso con forchette che si usano a cena
Era sporco e pulito di sangue e di crema
E al loro Dio goloso non credere mai
E forse avevo diciott'anni e non puzzavo più di serpente
Possedevo una spranga un cappello e una fionda
E una notte di gala con un sasso a punta
Uccisi uno smoking e glielo rubai
E al Dio della scala non credere mai
Poi tornammo in Brianza per l'apertura della caccia al bisonte
Ci fecero l'esame dell'alito e delle urine
Ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso
"Per la caccia al bisonte" disse "il numero è chiuso"
E a un Dio a lieto fine non credere mai
Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn
Capelli corti generale ci parlò all'università
Dei fratelli tute blu che seppellirono le asce
Ma non fumammo con lui, non era venuto in pace
E a un Dio "fatti il culo" non credere mai
E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
Che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
Che ho imparato a pescare con le bombe a mano
Che mi hanno scolpito in lacrime sull'arco di Traiano
Con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
Ma colpisco un po' a casaccio perché non ho più memoria
E a un Dio
E a un Dio
E a un Dio
E a un Dio
E a un Dio senza fiato non credere mai.
Ferrari Davide 07.12.2024
https://youtu.be/AMXrFMjc-FA?si=53tKaAebHcm4IdRY
Commenti
Posta un commento