L’Ultimo Spettacolo – Roberto Vecchioni, 1977

Canzone del 1977 contenuta nell’album Samarcanda, rimane nonostante gli anni passati una delle più riuscite espressioni della canzone d’autore e della poetica del’900 in Italia, una poesia alta resa in musica.

Il componimento sorge senza filtri dal sensibile animo dell’autore che svela i suoi pensieri ed emozioni vissuti, a seguito di un avvenimento personale ma che riesce a rendere collettivo, concentrando amore, dolore, dolcezza, malinconia, cultura, antico e moderno, libertà e destino, in modo da renderli vivi a chi sa ascoltare, perché come affermava K. Gibran “Chi sa ascoltare la verità non è da meno di colui che la sa esprimere”, caratteristica questa che solo la vera letteratura riesce a trasmettere, in quanto emozione viva.

La canzone è strutturata su due piani ben distinti, uno nettamente dominata dal pensiero e dalla cultura, dall’antica Grecia intesa come continuo macerarsi in domande e dubbi sulla vita, sulla ricerca di un senso e di risposte mai risolte, l’altro che guarda invece al presente e alla ricerca della realtà. Un viaggio in un immenso mare che prende il protagonista solitario, costringendolo a lasciare a terra la donna amata.

Qui Vecchioni inserisce l’immagine più affascinante e coinvolgente della poesia, salutandola con l’occhio azzurro mentre già la rimpiange con l’occhio blu, rappresentando il continuo contrasto d’animo interna all’uomo, sospeso tra il presente in lotta con l’insieme dei ricordi e dei rimpianti del passato.

Il distacco quindi da un disperato amore finito ma mai morto, che non riesce a capire e a condividere ciò che lui ha visto, forse compreso o sognato nel suo vagare febbrile nelle profondità del pensiero; la bellezza di verità e sentimento. Alla fine della tragedia umana, come sempre succede se non si riesce a condividere passioni e ricerche, anche le più alte, con le persone amate, tutto è destinato a divenire inutile come polvere dispersa dal vento.

Ma un grande amore non finisce, lascia indelebili ricordi e sensazioni che ci camminano accanto tutta una vita, provocando un dolore talmente intenso da non poter essere scordato, con cui bisogna convivere mentre gli altri intorno non possono sapere. 



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