LA GUERRA DI PIERO – Fabrizio De André, 1966

La celebre canzone del cantautore genovese Fabrizio De André, si innesta nel solco della disapprovazione pressoché unanime dell’uomo nei confronti della guerra, a partire soprattutto dalla fine del Secondo conflitto mondiale. La crudeltà, l’inutilità, l’idiozia dello scontro armato, sostituiscono l’esaltazione perdurante fino a pochi decenni prima della retorica basata sugli ideali quali la patria, l’eroismo, il valore del combattimento.

La struttura risulta quella tipica della ballata popolare, dove l’artista fonde i due linguaggi, quello musicale e quello narrativo poetico, in un’unica forma espressiva, basandola su di una narrazione a due piani, una esterna diretta al protagonista ed espressa in seconda persona, l’altra a questa ben armonizzata, che esprime in prima persona i pensieri dello stesso.

Il racconto in quartine mira a far emergere dallo sfondo assurdo della guerra il vagare amareggiato e disgustato di un soldato solo, in un inverno triste e rigido che rattrista il passo, tra campi disseminati di cadaveri e che lo separano dalla frontiera nemica.

“Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
Ma son mille papaveri rossi

Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente

Così dicevi ed era d'inverno
E come gli altri verso l'inferno
Te ne vai triste come chi deve
Il vento ti sputa in faccia la neve”

La voce del narratore esterno interviene con l’esortazione, rivolta al protagonista, di fermare il cammino ed ascoltare come tutto intorno parli di morte, il quale però non presta attenzione e continua ligio alla follia del dovere imposto dall’alto, mentre il tempo passa ed il traguardo si avvicina inesorabile.

Beffardamente è primavera, simbolo della pienezza e bellezza della vita, quando avviene l’inevitabile incontro con un soldato nemico anch’esso parimenti afflitto.

“Fermati Piero, fermati adesso
Lascia che il vento ti passi un po' addosso
Dei morti in battaglia ti porti la voce
Chi diede la vita ebbe in cambio una croce

Ma tu non lo udisti e il tempo passava
Con le stagioni a passo di giava
Ed arrivasti a passar la frontiera
In un bel giorno di primavera

E mentre marciavi con l'anima in spalle
Vedesti un uomo in fondo alla valle
Che aveva il tuo stesso identico umore
Ma la divisa di un altro colore”

La voce narrante di nuovo interviene per ammonire a sparare per primo al fine di salvare la vita, ma avviene l’inevitabile, si compie l’azione emblematica e coraggiosa dell’antieroe, che perde la vita a causa della esitazione a sparare all’avversario dettata dal rifiuto di guardare in faccia la morte, mentre l’altro non riesce a ricambiargli il gesto profondamente umanitario e pietoso, prevalendo in lui il naturale istinto di autoconservazione.

“Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere in terra a coprire il suo sangue

E se gli sparo in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore

E mentre gli usi questa premura
Quello si volta, ti vede e ha paura
Ed imbracciata l'artiglieria
Non ti ricambia la cortesia

Cadesti in terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che il tempo non ti sarebbe bastato
A chiedere perdono per ogni peccato

Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che la tua vita finiva quel giorno
E non ci sarebbe stato un ritorno”

La mirabile descrizione della tragica fine del personaggio chiave che introduce la canzone viene ripetuta identica nell’ultima strofa, a sottolinearne la centralità della composizione, aggiungendo il luogo dove esso giace sepolto, un campo di grano disseminato di mille papaveri rossi, come il sangue che suggella la contraddizione di un maggio che porta frutti di morte.



 

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