FIUME SAND CREEK - Fabrizio De André, 1981
Questo capolavoro è contenuto nell’album Fabrizio De André, conosciuto anche con il nome improprio di “Indiano” o “L’album dell’indiano”.
Il
brano è forse la canzone più simbolica del disco, dedicato a tutte le minoranze
etniche. Prima di scriverla il cantautore dedicò molto tempo allo studio della
storia dei nativi d’America, e sua fu la scelta dell'immagine per la busta del
disco, il ritratto di un Indiano tratto da un dipinto del 1909 di Frederic
Remington.
La
canzone prende spunto da un tragico fatto storico, il massacro di Sand Creek
del 29 novembre 1864, dal nome del fiume che scorreva nelle vicinanze di un
accampamento di circa 600 nativi americani delle tribù Cheyenne e Arapaho, per
lo più donne e bambini, di cui più di 150, vennero trucidati dai soldati
statunitensi.
A
compiere l'eccidio fu il 3° Reggimento dei volontari del Colorado, guidato dal
colonnello John Chivington, che comandò l'attacco contro una popolazione
indifesa a causa dello scarso numero di guerrieri, impegnati nella caccia al
bisonte.
Gli
uomini vennero scalpati e orrendamente mutilati, i bambini usati per un macabro
tiro al bersaglio, le donne oltraggiate e uccise.
L'
infame avvenimento innescò dodici anni di Guerre Indiane che ebbero il loro
culmine con l'uccisione del generale George A. Custer a Little Big Horn.
Nel
2000, passati 136 anni, il congresso americano ha formalizzato le sue scuse e
sul triste luogo del massacro è stata posta una lapide in ricordo delle
vittime.
La
narrazione avviene tramite le impressioni di uno tra i tanti bambini morti
nella brutale mattanza.
Il
brano inizia esponendo da subito l'epilogo della tragedia, con versi che
evocano il buio ed il tepore del sonno invernale, in cui ancora gli indiani erano
assopiti al momento del vigliacco assalto; - “Si son presi il nostro cuore
sotto una coperta scura. Sotto una Luna morta piccola dormivamo senza paura”
-.
Subito
viene caratterizzato il principale colpevole dell'efferata vicenda, il
colonnello in capo John Chivington; - “Fu un generale di vent’anni, occhi
turchini e giacca uguale. Fu un generale di vent’anni, figlio d’un temporale”
-, e qui emerge evidente una forzatura poetica, usata magistralmente da De
André al fine di rendere ancor più forte l'impatto sull'ascoltatore. Infatti il
colonnello all'epoca aveva già 43 anni, castano e stempiato, alludendo quindi
chiaramente al celeberrimo comandante del 7° Reggimento di cavalleria George
Armstrong Custer, che il 27 novembre 1868, si rese protagonista di un altro
massacro di Cheyenne sul fiume Washita, molto simile a quello del Sand Creek.
La
canzone prosegue poi a ritroso nel racconto, descrivendo gli attimi
immediatamente antecedenti l'attacco; - “i nostri guerrieri troppo lontani
sulla pista del bisonte e quella musica distante diventò sempre più forte”-,
in quanto come consuetudine la maggior parte dei pellerossa adulti si trovava
lontana dal campo, impegnata nella caccia ai bisonti, fonte di sostentamento
per tutta l'annata da affrontare da parte della tribù, nel mentre però il
rumore dei cavalli della massa dei soldati che galoppava verso il campo si
faceva sempre più forte e minaccioso.
Il
protagonista bambino comincia ad essere spaventato e chiudendo gli occhi chiede
al nonno, dimostrandogli una sconfinata fiducia, delle spiegazioni, - “chiusi
gli occhi per tre volte, mi ritrovai ancora lì. Chiesi a mio nonno: è solo un
sogno? Mio nonno disse sì”. Il vecchio che evidentemente ha già intuito il
pericolo della tragedia imminente, con un monosillabo risoluto ma amorevole, in
cui è racchiusa tutta la sua saggezza, riesce nonostante tutto a rassicurare il
nipote.
Non
trattandosi chiaramente di un sogno, la cruda realtà non aspetta molto a
materializzarsi - “sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso. Il
lampo in un orecchio, nell’altro il paradiso. Le lacrime più piccole, le
lacrime più grosse. Quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse”. La
incrollabile fiducia del bambino nei confronti dell'anziano nonno non cede però
il passo, e nella sua immaginazione gli schizzi di sangue dei compagni colpiti
divengono fiori rossi spuntati sull'albero imbiancato dalla neve.
Al
chiarore dell'alba, finita la confusione della carneficina, il protagonista
narra incredulo la desolazione e la distruzione - “quando il Sole alzò la
testa tra le spalle della notte c’erano solo cani e fumo e tende capovolte.
Tirai una freccia in cielo per farlo respirare. Tirai una freccia al vento per
farlo sanguinare. La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek” -,
davanti al villaggio distrutto e devastato, subentra un senso di ingiustizia,
di impotenza ed incredulità, espressi nel solo modo che gli è consentito,
scagliando frecce contro ciò che conosce e che sino ad allora gli era stato
compagno ed amico; il cielo diventato pesante, il vento che non soffia più
suoni conosciuti e rassicuranti, il fiume compagno di vita e di gioco, dove ora
giacciono inermi le tante vittime di un massacro di cui non conosce
spiegazioni.
La
canzone si chiude con poche parole che riescono ad esprimere appieno
l'assurdità delle violenze e delle brutalità che accompagnano sempre la guerra,
- “ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek”.
Il
protagonista, che continua a pensare di vivere un immaginario brutto sogno,
vede i suoi amici e compagni come stessero riposando sul fondo del fiume.
Fabrizio
De André con la sua consueta poesia lirica riesce, con brevi e semplici frasi,
a descrivere la complessità di sentimenti e emozioni, contrapponendo la
percezione quasi fisica di una atmosfera cupa e terribile alla evocazione di
una pace infinita, dettata dal tranquillo riposare delle vittime innocenti di
una violenza inaudita.
Non
descrive il dolore e non ne dà spiegazioni perché non ne trova un senso, mira a
rendere le sensazioni, che solo l'unione di immagini e musica riescono a fare.
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