VAN LOON - Francesco Guccini, 1987

La canzone è forse la più intensa e struggente dell'intero disco, spesso relegata fra le composizioni "minori" del cantautore pavanese, anche per la sua ritrosia a suonarla nei concerti.

 

Si tratta di un'intima dedica al padre Ferruccio, impiegato alle poste e occasionale lettore delle opere di uno scrittore olandese di nome Van Loon con il quale idealmente lo identifica. Un divulgatore di conoscenze quest'ultimo, che svariavano dalla geografia alla storia alla letteratura, noto negli anni '30 e '40 del secolo scorso soprattutto negli ambienti di chi, pur non avendo avuto modo e mezzi per studiare, sentiva comunque il bisogno di allargare gli stretti orizzonti di un mondo profondamente arretrato e provinciale.

 

Van Loon diviene quindi il pretesto simbolico per rappresentare una intera generazione.

La generazione dei padri, dal giovane Guccini avversata come sottomessa e perdente, in uno scontro generazionale a mano a mano affievolito e stemperato con il passare degli anni.

 

La mesta consapevolezza, indotta dal ripensamento della quotidianità della vita che avanza, ridimensiona la fiera lotta giovanile contro gli odiati compromessi, mettendo a nudo come le sconfitte quanto le flebili vittorie, in fin dei conti non sono poi tanto diverse da quelle di chi ci ha preceduto, cambiando solo le condizioni al contorno.

 

Alla fine della fiera ognuno prepara il proprio bagaglio, cercando di farlo al meglio e senza fretta, per affrontare l'ultimo viaggio, che rimane immutato al cambiare delle stagioni.

 

Testo

 

Van Loon, uomo destinato direi da sempre ad un lavoro più forte

Che le sue spalle o la sua intelligenza non volevano sopportare

Sembrò quasi baciato da una buona sorte

Quando dovette andare

Sembra però che non sia mai entrato nella storia

Ma sono cose che si sanno sempre dopo

D'altra parte nessuno ha mai chiesto di scegliere

Neanche all'aquila o al topo

Poi un certo giorno timbra tutto un avvenire

Od una guerra spacca come una sassata

Ma ho visto a volte che anche un topo sa ruggire

Ed anche un'aquila precipitata

 

Quanti anni, giorno per giorno, dobbiamo vivere con uno

Per capire cosa gli nasca in testa o cosa voglia o chi è

Turisti del vuoto, esploratori di nessuno

Che non sia io o me

Van Loon viveva e io lo credevo morto

O, peggio, inutile, solo per la distanza

Fra i suoi miti diversi e la mia giovinezza e superbia d'allora

La mia ignoranza

Che ne sapevo quanto avesse navigato

Con il coraggio di un Caboto fra le schiume

Di ogni suo giorno e che uno squalo è diventato

Giorno per giorno, pesce di fiume

 

Van Loon, Van Loon,

Che cosa porti dentro, quando tace

La mente e la stagione si dà pace

Insegui un'ombra o quella stessa pace l'hai in te

Vorrei sapere

Che cosa vedi quando guardi attorno

Lontani panorami o questo giorno

È già abbastanza, è come un nuovo dono per te

 

Van Loon, Van Loon

A cosa pensi in questo settembrino

Nebbieggiare alto che macchia l'Appennino

Ora che hai tanto tempo per pensare, ma a chi

Vai, vecchio, vai

Non temere, che avrà una sua ragione

Ognuno ed una giustificazione

Anche se quale non sapremo mai, mai

 

Ora Van Loon si sta preparando piano al suo ultimo viaggio

I bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente

O meglio, il bagaglio, quello consueto, di un semplice o un saggio

Cioè poco o niente

E andrà davvero, ed un suo luogo o una sua storia

Con tutti i libri che la vita gli ha proibito

Con vecchi amici di cui ha perso la memoria

Con l'infinito

Dove anche su quei monti nostri è sempre estate

Ma se uno vuole quell'inverno senza affanni

Che scricchiolava in gelo sotto le chiodate scarpe di un tempo

Dei suoi diciott'anni

Dei suoi diciott'anni



 

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