GENERALE - Francesco De Gregori, 1978

La canzone “Generale” è da annoverarsi a pieno titolo fra i più conosciuti ed apprezzati manifesti contro ogni conflitto armato. Il brano, poetico e malinconico, è di tipo autobiografico, ispirato dal servizio militare prestato dallo stesso cantautore come alpino in Val Venosta (Trentino Alto Adige).

Il generale a cui si rivolge in un riff che accompagna tutto il componimento, emerge dai ricordi di una ispezione alla caserma dove De Gregori era di stanza. La collina è quella di Tarces, che con le sue tipiche atmosfere altoatesine si osserva dalle finestre dell’alloggiamento militare, uno dei principali luoghi di dure battaglie durante la Prima Guerra Mondiale, e teatro di numerosi atti terroristici da parte del BAS (Comitato per la liberazione del Sudtirolo) miranti alla secessione dall'Italia e l'annessione all'Austria. Proprio uno di questi sanguinosi scontri viene ricordato come “la notte crucca ed assassina”, sottolineandone l’idioma tedesco usato dagli irredentisti e i molti giovani mai più tornati a casa.

“Generale, dietro la collina

Ci sta la notte crucca e assassina

E in mezzo al prato c’è una contadina

Curva sul tramonto, sembra una bambina

Di cinquant’anni e di cinque figli

Venuti al mondo come conigli

Partiti al mondo come soldati

E non ancora tornati”

La canzone continua descrivendo il treno che dalla stazione riporta a casa i soldati, figurando la fine del periodo di leva come la fine di una guerra, che non appare più tanto affascinante come all’inizio, quando gli impeti giovanili offuscano il realismo. Tutto ciò che si desidera è tornare alla normalità, il prima possibile, a costo anche di “non far fermate neanche per pisciare”, consapevoli del vagheggiamento illusorio ed esaltante che “la guerra è bella anche se fa male”, rimarcando il concetto attraverso una citazione di Ernest Hemingway: “A farci fare l'amore dalle infermiere”, espressione ripresa dal capolavoro Addio alle armi, icona antimilitarista del Novecento letterario.

“Generale, dietro la stazione

Lo vedi il treno che portava al sole?

Non fa più fermate, neanche per pisciare

Si va dritti a casa senza più pensare

Che la guerra è bella, anche se fa male

Che torneremo ancora a cantare

E a farci fare l’amore

L’amore dalle infermiere”

La narrazione del viaggio sul treno dell’agognato ritorno, presenta il conto della vana gloria di una vittoria sul nemico, facendo presagire il gusto delle semplici e piccole cose che scandiscono i ritmi quotidiani, e che riconsiderate alla luce di una pace e serenità ritrovate, racchiudono il vero senso del vivere.

“Generale, la guerra è finita

Il nemico è scappato, è vinto, battuto

Dietro la collina non c’è più nessuno

Solo aghi di pino e silenzio e funghi

Buoni da mangiare, buoni da seccare

Da farci il sugo quando viene Natale

Quando i bambini piangono

E a dormire non ci vogliono andare”

La canzone termina rimarcando il lascito di atrocità e insensatezza della guerra, attraverso immagini rappresentative di una consapevolezza acquisita durante il viaggio, dove il treno rimasto mezzo vuoto a causa del sacrificio di tanti giovani, assume il ruolo di metafora di un veloce percorso esistenziale. Rimangono indelebili alla memoria il silenzio calato sul campo di battaglia, le “cinque stelle” che decorano la divisa del generale, bilanciate dai “cinque figli” sottratti alla contadina e dalle “cinque lacrime sulla mia pelle”.

“Generale, queste cinque stelle

queste cinque lacrime sulla mia pelle

Che senso hanno dentro al rumore di questo treno?

Che è mezzo vuoto e mezzo pieno

E va veloce verso il ritorno

Tra due minuti è quasi giorno

È quasi casa, è quasi amore”




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